Orso bruno marsicano
Franco Tassi
La sua sopravvivenza è un miracolo messo in forte crisi proprio
nell'ambiente che l'ha salvato: il parco nazionale d'Abruzzo
È davvero un
«miracolo» che un piccolo nucleo di orsi bruni abbia potuto
sopravvivere fino ai giorni nostri, allo stato libero e selvaggio,
nel cuore dell'Appennino Centrale, ad appena un paio d'ore da
Roma e da Napoli. Quel miracolo si chiama Parco Nazionale d'Abruzzo,
una realtà innovatrice sorta all'inizio del secolo scorso grazie
all'impegno tenace di Erminio Sipari, cugino di Benedetto Croce e
parlamentare assai attivo, che seppe unire spinte culturali,
entusiasmi naturalistici e desiderio locale di integrazione con
il resto del Paese, fondando per iniziativa privata il primo
Parco Nazionale d'Italia: inaugurato a Pescasseroli il 9
settembre 1922, e qualche mese dopo riconosciuto anche con legge
dallo Stato italiano.
Non doveva esser facile, in quei tempi, convincere tutti a
proteggere il plantigrado: contadini e montanari tentavano di
sfruttare ogni angolo della montagna, la pastorizia dominava
solenne e il bosco veniva tagliato senza sosta, fin dove ci si
poteva arrampicare... E per molti era tempo di fame, miseria ed
emigrazione, per non dire dei disagi provocati dal terremoto di
Avezzano del 1915, e poi dall'infuriare della prima guerra
mondiale. Eppure l'impresa riuscì, e rileggendo le pagine della
Relazione Sipari, o il capitolo conclusivo della Storia del Regno
di Napoli di Benedetto Croce, si può cogliere lo spirito che
animò quei veri pionieri. I quali seppero forgiare, con
pochissimi mezzi a disposizione, un modello di Parco destinato a
diventare un giorno, per moltissimi altri, il più valido esempio
da seguire. Un angolo di natura protetta, per preservare l'intensa
bellezza dei luoghi, e con essa la preziosa vita che ancora vi si
rifugiava.
Il Parco attraversò poi vicende tormentate e difficili, ma dopo
gli anni più oscuri nei quali era stato «occupato» con esiti
disastrosi dalla Milizia Forestale, potè risorgere dalle ceneri
nell'ultimo dopoguerra, avviando una quantità di iniziative di
rinascita. Ma la lotta non era affatto cessata: perché negli
anni Sessanta, nella frenesia dell'espansione economica, sul
Parco si riversò la furia cementifera dei nuovi vandali,
lasciandolo sfregiato e senza guida per ben sei anni. E fu solo
nel 1969, con l'avvento di nuove idee e di nuovi responsabili,
che potè risorgere un periodo fervido di iniziative, quello che
sarebbe poi stato denominato «la redenzione del Parco». Fino ad
un momento prima, tutti lo davano per irreparabilmente spacciato:
ma poi, s'innescò un graduale riscatto segnato da continui
successi. Le costruzioni abusive furono bloccate o addirittura
abbattute, i tagli dei boschi secolari vennero sospesi, e la
preziosa fauna protetta tornò a crescere e a diffondersi,
compreso quell'orso tanto esigente quanto incompreso, che
finalmente sembrava ormai fuori pericolo.
L'Orso bruno marsicano è una buona razza della ben nota specie,
diffusa quasi ovunque nell'Emisfero Boreale. Qualcuno lo vorrebbe
diretto discendente dell'Orso delle caverne, una specie di Orso
speleo «pigmeo» abbondante e diffuso in Europa all'epoca delle
glaciazioni: e forse non ha tutti i torti, perché il marsicano
sembra davvero un animale speciale, se non unico. All'inizio
degli anni Settanta, la sua ridotta popolazione non contava che
circa 60 individui; uccisioni, avvelenamenti ed investimenti
lungo le strade continuavano a decimarla... Continuando così, si
sarebbe spalancato l'oscuro baratro dell'estinzione. Ma poi,
finalmente, la lenta ma sicura ripresa del Parco riuscì ad
invertire la tendenza. Gli orsi ripresero a pascolare tranquilli,
divennero più confidenti, poterono riprodursi in pace. Si videro
persino femmine con 3 cuccioli, orsacchiotti giocare felici,
grossi maschi solitari ricercare il cibo senza degnare di alcuna
considerazione eventuali intrusi. Non mancarono, naturalmente,
momenti difficili, e non a caso gli assalti più violenti
coincidevano sempre con momenti di debolezza del Parco. Mentre
quando la sua direzione era forte, ben pochi avrebbero osato
sfidarla. E da ogni parte, studiosi e appassionati accorrevano ad
ammirare orsi e camosci, lupi e cervi, linci e caprioli
rifiorenti tra selve sempre più maestose.
Così, alle soglie del Terzo Millennio, la piccola popolazione si
era attestata intorno al centinaio di individui, e probabilmente
li superava. Nella Giornata Internazionale dell'Orso, organizzata
al Parco il 12 luglio 2001 con l'intervento di molti specialisti
stranieri, la popolazione appenninica di Orso bruno venne
riconosciuta come la più florida e promettente dell'intera
Europa occidentale, l'unica in grado di sperare in un futuro,
perché capace di adattarsi a climi più caldi in ambienti misti,
e di resistere pacificamente alla crescente invadenza umana. E
già si stavano realizzando e progettando nuove Aree Faunistiche
per l'Orso nel Lazio e in Molise, dopo il successo ecoturistico
di quelle d'Abruzzo, ed in particolare di quelle di Pescasseroli
e Villavallelonga: anche allo scopo di avviare il programma più
ambizioso (riproduzione in cattività e ricondizionamento della
prole alla vita selvatica) l'unica soluzione concreta capace di
scongiurare il rischio della paventata estinzione.
Oggi, purtroppo, la gravissima crisi del Parco sembra rimettere
tutto in discussione e, sul destino dello sfortunato plantigrado
incombe soltanto l'ombra cupa del dubbio e dell'inquietudine.
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